Alberto Giacomelli, il giudice ucciso da Cosa nostra: una memoria che non deve svanire mai

Rosalba Pipitone
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Trentotto anni dopo l’assassinio, resta il ricordo di un magistrato che pagò con la vita il rispetto della legge.

Ci sono vite che continuano a parlare anche quando il tempo sembra averle consegnate al silenzio. Quella di Alberto Giacomelli, magistrato trapanese assassinato da Cosa nostra il 14 settembre 1988, appartiene a questa memoria dolorosa, fatta di coraggio discreto, rigore professionale e profondo legame con la propria terra. A distanza di trentotto anni dalla sua uccisione, la sua storia richiama ancora il dovere di ricordare chi ha servito lo Stato senza cercare clamore, fino a diventare bersaglio della criminalità organizzata.
Nato a Trapani il 28 settembre 1919, Giacomelli aveva scelto la magistratura seguendo una strada già percorsa dal padre. Dopo la laurea in Giurisprudenza, entrò in servizio nel 1946. La sua carriera si sviluppò soprattutto nel territorio trapanese, con brevi periodi da pretore a Calatafimi e nel capoluogo, fino all’approdo al Tribunale di Trapani. Nell’autunno del 1978 assunse le funzioni di presidente di sezione, incarico che mantenne fino al pensionamento, arrivato il primo maggio 1987.

Dietro la toga non c’era soltanto un uomo delle istituzioni, ma una persona legata agli affetti, alla semplicità della vita quotidiana e alla campagna. Dopo aver lasciato il servizio, si dedicò alla cura delle sue terre, tra vigneti e agrumeti, ritrovando nella vita rurale una dimensione lontana dalle aule giudiziarie. Per chi lo conosceva era semplicemente “U zu Bettu”, un appellativo affettuoso che raccontava la familiarità e la stima conquistate nel tempo.
La sua idea di giustizia non si esauriva nell’applicazione delle norme. Giacomelli era ricordato come un uomo mite, capace di ascoltare e di affrontare i conflitti senza perdere di vista la dignità delle persone. Una figura lontana dall’immagine del magistrato esposto in prima linea nelle grandi inchieste antimafia, ma non per questo estranea alla battaglia dello Stato contro il potere mafioso. Fu proprio una decisione presa nell’esercizio delle sue funzioni a segnare il suo destino.

Il 14 settembre 1988, nelle campagne di Locogrande, nei pressi di Trapani, la violenza spezzò la sua esistenza. Aveva 68 anni e stava uscendo dalla propria abitazione a bordo della sua Fiat Panda quando venne ucciso. Il delitto apparve inizialmente difficile da comprendere: Giacomelli era in pensione da oltre un anno, conduceva una vita riservata e non sembrava appartenere al gruppo dei magistrati impegnati nelle indagini più note contro le organizzazioni mafiose. Eppure, per Cosa nostra, quella toga non aveva smesso di rappresentare un ostacolo.
Le prime indagini imboccarono una strada sbagliata. Un processo davanti alla Corte d’Assise di Trapani portò alla condanna di alcuni delinquenti locali, sulla base delle dichiarazioni di un falso collaboratore di giustizia. In seguito, le condanne vennero ribaltate in appello e gli imputati assolti. Per anni, attorno all’omicidio rimase una ferita aperta: quella di una verità che sembrava sfuggire e di una famiglia costretta ad attendere risposte.

La ricostruzione del movente arrivò successivamente grazie alle rivelazioni dei collaboratori di giustizia. Il filo conduceva al gennaio 1985, quando Giacomelli aveva disposto la confisca dell’abitazione di Gaetano Riina, fratello del boss mafioso Salvatore “Totò” Riina, applicando la legge Rognoni-La Torre, che aveva rafforzato gli strumenti dello Stato contro i patrimoni illeciti. Quel provvedimento aveva colpito un bene riconducibile alla sfera familiare di uno dei vertici di Cosa nostra.
La sua uccisione assunse così un significato che andava oltre la vendetta per una singola decisione giudiziaria. Colpire un magistrato che aveva applicato le misure patrimoniali antimafia significava intimidire chiunque, dentro le istituzioni, avesse scelto di aggredire le ricchezze accumulate dalla criminalità organizzata. Il messaggio era rivolto alla magistratura e allo Stato: anche chi aveva lasciato il servizio poteva diventare un bersaglio per aver fatto rispettare la legge.

Totò Riina venne successivamente condannato in via definitiva all’ergastolo come mandante dell’omicidio. Le vicende processuali, segnate da errori iniziali e da una lunga ricerca della verità, restituiscono il quadro di un delitto maturato in un contesto di intimidazione mafiosa nei confronti delle istituzioni.

Il ricordo di Giacomelli ha trovato spazio anche nella memoria pubblica della città. Nel 2009, in occasione del ventunesimo anniversario dell’assassinio, il Comune di Trapani intitolò alla sua figura la piazzetta adiacente al Palazzo di Giustizia. Alla cerimonia parteciparono i figli Fausta e Giuseppe e le autorità locali. Un gesto importante, ma che non ha cancellato il timore che il nome del magistrato resti troppo spesso confinato alle commemorazioni e agli elenchi delle vittime della mafia.
A denunciare questo rischio è stato anche l’ex presidente del Tribunale Alfredo Longa, che ha espresso amarezza per il progressivo oblio attorno alla figura di Giacomelli, ricordando la brutalità del delitto e la necessità di non distinguere tra vittime degne di attenzione e vittime destinate a essere dimenticate. La mancanza, secondo quanto riportato, di una targa commemorativa all’interno del Palazzo di Giustizia in cui il magistrato aveva lavorato rende ancora più evidente la distanza tra il valore della sua testimonianza e lo spazio che gli viene riservato nella memoria collettiva.

Ricordare Alberto Giacomelli significa restituire un volto e una storia a un uomo che non cercava la ribalta, ma che rimase fedele al proprio compito. Significa ricordare che la lotta alla mafia non si combatte soltanto nelle grandi operazioni o nei processi più celebri: passa anche attraverso provvedimenti apparentemente silenziosi, capaci di sottrarre risorse al potere criminale. La sua vicenda ci consegna una responsabilità che non appartiene soltanto alle istituzioni, ma a tutta la comunità: impedire che il tempo trasformi il sacrificio di un servitore dello Stato in una pagina dimenticata.


Rosalba Pipitone

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