Al centro della vicenda giudiziaria c’è un interrogativo preciso: Bavetta sapeva chi fosse davvero il paziente che aveva in cura? Secondo la ricostruzione sostenuta dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo, il professionista sarebbe stato consapevole della reale identità dell’uomo e avrebbe quindi contribuito, volontariamente, a favorirne la latitanza. Una tesi che, tuttavia, non ha trovato riscontri sufficienti nella valutazione dei giudici chiamati a pronunciarsi sulla richiesta di custodia cautelare.
Già il giudice per le indagini preliminari aveva rigettato l’istanza avanzata dai pubblici ministeri, ritenendo non adeguatamente dimostrata la consapevolezza del medico. La Procura ha quindi impugnato la decisione, ma il Riesame ha confermato l’esito negativo, accogliendo sul piano cautelare le ragioni della difesa, rappresentata dagli avvocati Massimo Motisi e Gaetano Di Bartolo.
La decisione del Tribunale, intervenuta lo scorso ottobre, ha chiuso una fase particolarmente rapida del confronto giudiziario sulle misure restrittive, sviluppatasi nell’arco di circa quattro mesi, da luglio a ottobre. Resta però da conoscere nel dettaglio il ragionamento seguito dai giudici: al momento della ricostruzione della vicenda, le motivazioni del provvedimento del Riesame non risultano ancora depositate.
Il rigetto della richiesta di arresto non equivale, tuttavia, alla conclusione dell’intera indagine. Il procedimento per l’ipotesi di favoreggiamento aggravato resta aperto e la posizione di Bavetta dovrà essere valutata nell’ambito degli ulteriori sviluppi investigativi e giudiziari. La pronuncia riguarda infatti la sussistenza dei presupposti per applicare una misura cautelare, non una decisione definitiva sulla responsabilità penale dell’indagato.
Il focus centrale rimane dunque la prova dell’eventuale conoscenza dell’identità di Messina Denaro. Per sostenere l’accusa di favoreggiamento, non basta dimostrare che il medico abbia curato il latitante: occorre provare che fosse consapevole di chi aveva davanti e che abbia agito volontariamente per aiutarlo a sottrarsi alla cattura. Proprio su questo elemento, decisivo nella valutazione cautelare, le richieste della Procura non hanno convinto né il GIP né il Tribunale del Riesame di Palermo.
Rosalba Pipitone
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