Già esponente del Movimento per le Autonomie e successivamente del Partito Democratico, Ruggirello era finito al centro dell’inchiesta nel 2019. La condanna definitiva segna una svolta nella sua vicenda personale e politica, iniziata nel centrodestra e proseguita con l’approdo ad altre formazioni. Nel 2018 aveva tentato senza successo l’elezione al Senato. Ora, con la conferma della pena detentiva, si chiude per lui il capitolo processuale legato all’accusa di avere offerto un contributo alle attività della criminalità organizzata.
L’indagine, condotta dai Carabinieri del Reparto Operativo di Trapani e coordinata dalla Procura di Palermo, guidata dal procuratore Maurizio de Lucia, ha ricostruito una rete di rapporti che, secondo l’impianto accusatorio accolto nei giudizi, avrebbe collegato l’ex parlamentare regionale a esponenti di vertice della mafia locale. Le relazioni contestate si sarebbero sviluppate soprattutto tra il 2017 e il 2018, in una fase caratterizzata dalla ricerca del consenso elettorale. Tra i nomi emersi figura quello di Pietro Virga, indicato come uno dei riferimenti della criminalità organizzata trapanese.
Gli investigatori hanno documentato anche contatti con Filippo “Fifì” Sammartano, già boss di Campobello di Mazara e oggi deceduto, con i fratelli Virga e con Franco Orlando. Secondo la ricostruzione giudiziaria, Ruggirello avrebbe cercato il sostegno degli ambienti mafiosi per rafforzare la propria posizione elettorale, in cambio di una disponibilità a favorire gli interessi della cosca. Un rapporto che, stando agli elementi esaminati nel processo, avrebbe superato la semplice frequentazione, inserendosi in una dinamica di scambio tra consenso politico e interessi criminali.
A dare un’indicazione del credito di cui il politico avrebbe goduto in quegli ambienti è un’intercettazione attribuita a Sammartano. Parlando di Ruggirello, il boss lo avrebbe definito «il più serio politico che abbiamo nella provincia di Trapani», arrivando a chiamarlo «il Santo della provincia». La conversazione è uno degli elementi richiamati nel quadro investigativo relativo ai legami tra il politico e persone vicine alla cosca.
La vicenda si intreccia con le dinamiche di Campobello di Mazara, comune che nel 2023 sarebbe emerso come uno dei luoghi centrali della rete che aveva consentito a Matteo Messina Denaro di mantenere la latitanza. L’inchiesta “Scrigno” aveva già portato alla luce relazioni tra esponenti politici, interessi economici e ambienti mafiosi, facendo emergere il peso che il controllo del consenso poteva assumere negli equilibri del territorio. Nel testo della decisione, secondo quanto riportato nella ricostruzione della vicenda, torna anche il tema del cosiddetto “paradosso della democrazia”: il sistema di selezione dei rappresentanti può essere distorto quando il potere mafioso interviene per condizionarlo.
La pronuncia della Cassazione riguarda anche altre posizioni. È stata confermata la condanna di Nino Buzzitta, emerso dalle intercettazioni in un ruolo di vertice mafioso, nonostante avesse sostenuto di essere affiliato soltanto formalmente in ragione di precedenti condanne. Diventa definitiva anche la pena di 16 anni di carcere per Vito D’Angelo, settantacinquenne indicato come fondatore della famiglia mafiosa di Favignana. Secondo l’accusa accolta in giudizio, il suo ruolo avrebbe riguardato anche il controllo degli appalti e le operazioni imprenditoriali riconducibili alla cosca trapanese.
Diversa la situazione per Vito Gucciardi, il cui procedimento torna davanti ai giudici d’appello. In precedenza era stato ritenuto responsabile di favoreggiamento; la sua posizione dovrà essere nuovamente esaminata secondo quanto disposto dalla Suprema Corte.
La sentenza ha inoltre confermato i risarcimenti in favore delle parti civili costituite nel processo. Tra queste figurano l’associazione Caponnetto, il centro studi Pio La Torre, l’associazione antiracket di Trapani, la Presidenza della Regione Siciliana e i Comuni di Trapani, Paceco, Erice, Castelvetrano, Campobello di Mazara e Favignana.
Diversa la situazione per Vito Gucciardi, il cui procedimento torna davanti ai giudici d’appello. In precedenza era stato ritenuto responsabile di favoreggiamento; la sua posizione dovrà essere nuovamente esaminata secondo quanto disposto dalla Suprema Corte.
La sentenza ha inoltre confermato i risarcimenti in favore delle parti civili costituite nel processo. Tra queste figurano l’associazione Caponnetto, il centro studi Pio La Torre, l’associazione antiracket di Trapani, la Presidenza della Regione Siciliana e i Comuni di Trapani, Paceco, Erice, Castelvetrano, Campobello di Mazara e Favignana.
Rosalba Pipitone
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