Il caso della ragazza ritrovata, dopo giorni di intense ricerche che hanno mobilitato l'intero Paese, solleva un acceso e doveroso dibattito: quanto deve pagare la collettività per un allontanamento che si rivela essere volontario?
La vicenda, conclusasi con il ritrovamento della giovane in uno stato di isolamento autonomamente cercato, mette in luce una profonda frattura tra il dovere istituzionale e la responsabilità individuale, generando un ampio senso di frustrazione sociale che chiede un precedente chiaro.
L'indignazione ruota attorno al massiccio impiego di risorse pubbliche – forze dell'ordine, volontari, unità cinofile ed elicotteri – attivate per quella che si è rivelata essere una scelta personale e non un evento legato a pericolo o reato. La critica sostiene che non sia tollerabile mobilitare l'apparato dello Stato, sprecando denaro e sottraendo mezzi a emergenze reali, per un allontanamento privo di autentici elementi di rischio.
Si invoca un principio di responsabilità concreta: se l'allontanamento è confermato essere volontario, i costi delle ricerche dovrebbero ricadere sulla diretta interessata, come deterrente contro quello che viene percepito come un gioco irresponsabile con le istituzioni e le paure della collettività.
Si esprime l'esigenza di distinguere nettamente tra le vere emergenze, che meritano il massimo sforzo e rispetto, e le emergenze auto-provocate, che non dovrebbero gravare sul bilancio pubblico.
Dal punto di vista legale, tuttavia, la richiesta di addebitare i costi incontra serie difficoltà. L'ordinamento italiano si basa sul dovere di tutelare l'incolumità di ogni cittadino; le autorità non possono attendere o presupporre la natura volontaria e sicura di una scomparsa.
La legge non prevede che un adulto, allontanatosi volontariamente senza dolo, debba risarcire lo Stato per le spese sostenute per le ricerche.
L'addebito dei costi è possibile solo se l'allontanamento volontario si configura come un vero e proprio reato, come nel caso di procurato allarme o simulazione di reato, ovvero se la persona ha deliberatamente e con l'intenzione di ingannare architettato una falsa situazione di pericolo per innescare le ricerche.
Nel caso specifico, l'allontanamento di Tatiana è stato confermato come volontario e dettato dal desiderio di isolarsi. Le indagini hanno accertato che la giovane si trovava nello stanzino di un amico con la sua complicità.
Essendo venuta meno l'ipotesi di reato (come sequestro o istigazione), e non essendoci prova di dolo specifico per l'allarme, l'applicazione di sanzioni economiche appare, salvo futuri e rari sviluppi legali, impraticabile.
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