Le piattaforme di social media, pur essendo strumenti di connessione e informazione, sono diventate un terreno fertile per la violenza verbale e psicologica, con conseguenze devastanti per le persone che sono già state vittime di un reato. Invece di trovare supporto e comprensione, molte vittime si ritrovano a subire una seconda ondata di abusi e attacchi, una pratica nota come vittimizzazione secondaria, esacerbata dall'uso spropositato e spesso irresponsabile di questi canali digitali.
Il meccanismo della vittimizzazione secondaria digitale si verifica quando la vittima di un reato subisce ulteriori sofferenze non direttamente causate dal crimine stesso, ma dalle risposte e reazioni dell'ambiente circostante. Sui social media, questo si manifesta attraverso diverse forme di aggressione. Le vittime, specialmente in casi mediaticamente rilevanti, sono spesso oggetto di campagne di odio e cyberstalking da parte di utenti anonimi o di gruppi organizzati, che possono includere minacce, messaggi offensivi e la diffusione non consensuale di informazioni personali (doxing).
L'aspetto forse più crudele è la colpevolizzazione della vittima (Victim-Blaming). Nei commenti e nei post, la vittima viene sottoposta a un esame impietoso della sua condotta, del suo aspetto o delle sue scelte, con l'obiettivo di spostare la responsabilità del crimine da chi lo ha commesso alla persona che lo ha subito. In aggiunta, la veridicità della testimonianza della vittima viene spesso messa in discussione o ridicolizzata, aggravando il trauma psicologico e la sensazione di isolamento. A rendere il quadro ancora più tossico, si aggiungono le folle di utenti che si improvvisano investigatori amatoriali, i cosiddetti "007 del web". Questi soggetti pretendono di risolvere il caso di cronaca con teorie strampalate e complottiste, analizzando e distorcendo ogni dettaglio reso pubblico. Spesso, questa ossessiva ricerca della verità si traduce nell'accusa diretta proprio nei confronti delle vittime, trasformate in sospettati o complici, aumentando esponenzialmente la loro angoscia.
Sull''uso spropositato dei social media e la spettacolarizzazione del dolore, l'architettura stessa dei social media contribuisce ad amplificare questo fenomeno negativo. La relativa anonimia offerta da alcune piattaforme o l'illusione di sicurezza data dalla distanza dello schermo abbattono i freni inibitori, portando gli utenti a esprimere opinioni violente o diffamatorie che non esprimerebbero mai di persona. A questo si aggiungono la natura virale e la velocità di diffusione dei contenuti sui social, che fanno sì che una critica o un attacco possano raggiungere milioni di persone in poche ore, rendendo quasi impossibile per la vittima difendersi o contenere il danno reputazionale ed emotivo.
Questo meccanismo è alimentato dalla spettacolarizzazione del dolore e del trauma. I casi di cronaca nera diventano, online, una forma di intrattenimento macabro, dove il dramma della vittima è ridotto a thread di commenti e meme. L'esposizione mediatica non è finalizzata all'informazione o alla solidarietà, ma all'aumento delle visualizzazioni e dell'interazione. L'algoritmo dell'indignazione tende a privilegiare i contenuti che generano un alto engagement, spesso a scapito della qualità o della sensibilità. La polemica e l'indignazione sono tra i motori più efficaci di engagement, spingendo in alto i commenti più aggressivi e divisivi, inclusi quelli che diffondono teorie del complotto e colpevolizzano i sopravvissuti.
Per le vittime, le conseguenze di questo cyber-bullismo di massa sono estremamente gravi, aggiungendosi al trauma iniziale del reato. Molte vittime sono costrette a chiudere i propri profili social, perdendo un importante canale di comunicazione e supporto, e a isolarsi per sfuggire alla pressione mediatica. Questa vittimizzazione secondaria digitale è un fattore che può aggravare o scatenare ansia, depressione, disturbo da stress post-traumatico (PTSD) e, nei casi più estremi, ideazione suicida. Inoltre, la pressione e la diffamazione online possono persino influenzare negativamente i procedimenti legali, ostacolando la giustizia e scoraggiando la vittima dal denunciare o testimoniare.
Sarebbe ora che le piattaforme social implementino meccanismi di moderazione più efficaci e rapidi, che le istituzioni legali riconoscano e sanzionino con maggiore severità l'abuso online rivolto alle vittime, e che la società nel suo complesso sviluppi una maggiore consapevolezza e sensibilità per smettere di colpevolizzare chi è già stato ferito. Solo così si potrà evitare che la vittima di un reato diventi, ingiustamente, la vittima di una folla digitale.
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